{"id":3742,"date":"2023-04-26T11:21:33","date_gmt":"2023-04-26T09:21:33","guid":{"rendered":"http:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/?page_id=3742"},"modified":"2024-03-06T10:36:19","modified_gmt":"2024-03-06T09:36:19","slug":"nota-introduttiva-di-marina-coccia-e-luisa-morozzi-dal-volume-speciale-arnolfo-di-cambio-il-monumento-del-cardinale-guillaume-de-bray-dopo-il-restauro","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/?page_id=3742","title":{"rendered":"Nota Introduttiva Di Marina Coccia E Luisa Morozzi (Dal Volume Speciale: Arnolfo Di Cambio: Il Monumento Del Cardinale Guillaume De Bray Dopo Il Restauro)"},"content":{"rendered":"<div align=\"justify\">\n<h2><span style=\"font-size: 12pt;\"><strong>Estratto da volume <em>Arnolfo Di Cambio. Il monumento del Cardinal Guillaume De Bray dopo il restauro<\/em> (2009)<\/strong><\/span><\/h2>\n<\/div>\n<div align=\"justify\">Con questo volume si pubblicano gli Atti del convegno Internazionale sul \u201cMonumento del cardinale Guillaume De Braye di Arnolfo di Cambio dopo il restauro\u201d, promosso dall\u2019allora Direttore Generale Mario Serio, che si tenne a Roma e Orvieto tra il 9 e l\u201911dicembre 2004.<br \/>\nIl convegno era dedicato ad Angiola Maria Romanini che aveva seguito e supportato da vicino il lungo lavoro di restauro. Quest\u2019ultimo aveva preso avvio con studi e ricerche preliminari gi\u00e0 dal 1982, in quanto lo stato di degrado e mutilazione in cui versava il monumento impediva di coglierne appieno l\u2019 importanza artistica che rivestiva nell\u2019evoluzione dello stile dell\u2019artista e soprattutto non permetteva di immaginare quale potesse essere stato il suo aspetto originario.<br \/>\nIl restauro vero e proprio \u00e8 stato condotto dal 1990 al 2004 con finanziamenti statali e si \u00e8 avvalso di una\u00a0\u00e9quipe\u00a0multidisciplinare, estesa anche alla collaborazione di professori universitari, architetti, studiosi italiani e stranieri e di un collaudato ed esperto gruppo di restauratori; il coordinamento generale \u00e8 stato dell\u2019ing. Luciano Marchetti, allora Direttore Regionale dell\u2019Umbria, mentre la dott.ssa Giusi Testa \u00e8 stato il funzionario storico dell\u2019arte responsabile, per la relativa soprintendenza, della direzione dei lavori.<br \/>\nCome la gran parte delle opere del medioevo, soprattutto funerarie, la tomba del cardinale De Bray non era pi\u00f9 integra; molta parte dei suoi componenti \u00e8 andata perduta nel tempo, come si pu\u00f2 con certezza affermare per il piano superiore, compreso l\u2019originario baldacchino; ancora oggi elementi della tomba, che non hanno trovato una plausibile collocazione nella ricomposizione seguita al restauro del 2004, ad esempio i due turibolanti, sono conservati nel locale Museo dell\u2019Opera del Duomo.<br \/>\nIl monumento si presentava quindi fortemente degradato e risultava compromessa la percezione della forma originaria: ridotto in profondit\u00e0 e in larghezza, incassato nel muro invece che aggettante; il trono e la Vergine rimontati in modo erroneo. Inoltre le statue dei santi, non pi\u00f9 nella collocazione originaria (incassate in nicchie posticce), falsavano completamente tutti i rapporti di \u201cdialogo\u201d simbolico e di relazione tra le statue della parte alta del monumento sepolcrale.<br \/>\nCi\u00f2 che altera ancora oggi la percezione delle importanti novit\u00e0 che Arnolfo raggiunse con quest\u2019opera, \u00e8 che essa non si trova pi\u00f9 nella posizione originaria (presumibilmente nella terza campata della navata laterale destra della chiesa di San Domenico), per la quale erano stati previsti precisi punti di osservazione, funzionali a poter pi\u00f9 giustamente apprezzare le nuove e complesse soluzioni prospettiche e spaziali della progettazione arnolfiana. Infatti, anteriormente al 1680, la tomba fu smontata e ricollocata, verosimilmente con gravi perdite di molte delle sue parti, nel transetto, cambiando cos\u00ec radicalmente l\u2019orientamento del monumento stesso e modificando irreparabilmente, come detto, il punto di vista privilegiato che era stato previsto dall\u2019artista. Forse in quel tempo la tomba fu anche \u201cincassata\u201d per met\u00e0 nel muro, operazione che ridusse a una sorta di bassorilievo un monumento concepito invece con un forte aggetto architettonico. La larghezza e la profondit\u00e0 dell\u2019insieme risultarono fortemente diminuite.<br \/>\nMolti, quindi, e di grave peso per la corretta interpretazione del monumento, gli errori fatti in passato nella ricomposizione dell\u2019opera stessa, errori che avevano completamente annullato una delle pi\u00f9 originali innovazioni di Arnolfo, e cio\u00e8 la straordinaria impostazione prospettica dell\u2019insieme, ora, dopo il restauro, di nuovo apprezzabile, come ad esempio nello spazio che contiene il sarcofago, nel quale le colonnine mosaicate si scalano sulle paraste e sulle semiparaste su cui si impostano gli archetti delle nicchie, creando l\u2019illusione di una piccola \u201cgalleria\u201d tra il fondo e le colonnine, spazio in realt\u00e0 inesistente ma suggerito dallo scultore con grande perizia prospettica.<br \/>\nLe fondamentali notizie tecniche sui restauri sono ampiamente riportate negli articoli di Paolo Martellotti, Giovanna Martellotti, e Carla Bertorello, mentre altri restauratori trattano degli aspetti inerenti ai materiali usati. I contributi di Tabasso e Lazzarini, autori che non avevano partecipato alle giornate del convegno, trovano qui, in ragione delle analisi e delle indagini svolte dal punto di vista dei materiali costitutivi del monumento, giusta collocazione. \u00c8 infine da sottolineare che tutti gli interventi effettuati sono reversibili.<br \/>\nSegnaliamo inoltre che il restauro ha messo in luce tracce di coloritura e doratura, un dato che avvalora l\u2019ipotesi che il monumento fosse in parte dipinto, come dimostra anche il confronto con la statua di Carlo I d\u2019Angi\u00f2, conservata in Campidoglio, della quale il restauro effettuato nel 2005 ha rilevato una cromia piuttosto vivace, secondo l\u2019uso corrente del tempo.<br \/>\nIl valore di questo intervento consiste dunque nel fatto che non si \u00e8 limitato ad un\u2019opera di \u201cconservazione\u201d, ma, andando oltre, si \u00e8 proposta una ricostruzione filologica\u00a0 \u2014 con il numero di partiture e campate originali \u2014 capace di dare una nuova \u201cleggibilit\u00e0\u201d al monumento.<br \/>\nEcco allora che questo restauro riscopre e suggerisce gli elementi principali con i quali Arnolfo \u2014 aggiornato sulle ultime novit\u00e0 stilistiche che venivano dalla Francia e, sul versante scientifico, interessato ai meccanismi della \u201cpercezione visiva\u201d introdotti dagli studi di ottica, di cui Viterbo e Orvieto erano stati in quei tempi i centri di maggiore diffusione \u2014 costruisce nella tomba De Bray una originale profondit\u00e0 prospettica e una nuova spazialit\u00e0 che fanno di questo monumento innanzitutto un capolavoro di \u201carchitettura\u201d figurativa.<br \/>\nAnche l\u2019architettura della chiesa era partecipe di queste innovazioni prospettiche. Come messo in rilievo dall\u2019articolo di Raffaele Davanzo, l\u2019edificio era progettato in modo che lo spazio interno si dilatasse progressivamente attraverso accorgimenti tecnico\u2013prospettici, dando l\u2019illusione di uno spazio molto pi\u00f9 ampio. La stessa illusione che si riscontra nella tomba De Bray dove i vari piani sono allusivi di una profondit\u00e0 diversa da quella reale. \u00c8 cos\u00ec ipotizzabile una progettazione concomitante dell\u2019edificio e del monumento o, per lo meno, il fatto che Arnolfo avesse tenuto presente la particolare spazialit\u00e0 architettonica della chiesa in modo che si amplificasse l\u2019effetto di entrambe.<br \/>\nL\u2019aver restituito il \u201cvolume\u201d originario all\u2019opera arnolfiana, con la riacquisita profondit\u00e0 rispetto alla parete e l\u2019originale partitura del fronte \u2014 basamento a cinque formelle anzich\u00e9 quattro e galleria del sarcofago con sette campate in luogo di sei \u2014 \u00e8 uno dei meriti di quest\u2019ultimo restauro. Purtroppo l\u2019analisi di tutti i dati accumulati e accuratamente verificati ha permesso la ricostruzione, con verosimile certezza, solo della parte inferiore della tomba sino alla camera del giacente, ora conforme all\u2019originale struttura.<br \/>\nPer la parte superiore, data la totale mancanza di qualsiasi elemento che potesse suggerire un\u2019ipotesi di ricostruzione filologicamente certa, si \u00e8 scelto solo di proporre lo sviluppo in altezza di tutto il monumento, come illustra Luciano Marchetti nel suo intervento, accennando un possibile\u00a0g\u00e2ble\u00a0(il baldacchino a timpano che racchiudeva il sepolcro) che emerge dal fondo della parete.\u00c8 forse utile dare qualche notizia anche sui protagonisti e sull\u2019ambiente politico e culturale di quel giro di tempo intorno ad Arnolfo di Cambio.<br \/>\nDel domenicano cardinale De Bray non \u00e8 nota la data di nascita; originario probabilmente di Bray\u2013sur\u2013Seine (Seine\u2013et\u2013Marne, Francia), professore di Diritto e Teologia a Parigi e, come recita la lapide tombale, \u201cmatematico, letterato\u201d e versato nella \u201cfilosofia tutta\u201d, fu uno dei firmatari nel 1248, insieme tra gli altri ad Alberto Magno e Odo di Ch\u00e2teauroux, dell\u2019appello contro il Talmud, le cui implicazioni concettuali si ritrovano, secondo alcuni studiosi, anche nella sua tomba. Dopo aver ricoperto varie cariche ecclesiastiche, fu creato cardinale del titolo di San Marco nel 1262 dal papa francese Urbano IV e ricopr\u00ec l\u2019ufficio di camerario papale e poi di camerlengo del Sacro Collegio. Mor\u00ec ad Orvieto nel 1282, durante il soggiorno della curia pontificia in quella citt\u00e0, e fu sepolto in San Domenico.<br \/>\nViterbo e Orvieto, proprio negli anni immediatamente precedenti l\u2019edificazione della tomba De Bray erano state saltuariamente sedi sia della corte pontificia che di quella angioina (all\u2019incirca tra il 1257 e il 1285) e quindi centri di produzione culturale e scientifica di notevole livello. Va anche notato come molte delle personalit\u00e0 ecclesiastiche coinvolte nel fervore della nuova elaborazione culturale appartenessero all\u2019ordine domenicano.<br \/>\nNel 1257 Alessandro IV dei Conti di Segni si trov\u00f2 a dover forzatamente trasferire la sede pontificia a Viterbo a causa delle guerre feudali scatenate dall\u2019ostilit\u00e0 e dai forti contrasti con i nobili e il popolo romano; ben otto papi si susseguirono cos\u00ec nella citt\u00e0 di Viterbo fino a quando, sollevatasi anche quest\u2019ultima contro il papato, la cittadinanza costrinse il francese Martino IV a riparare ad Orvieto, eletta sede pontificia nel 1281 e tale rimasta fino al 1285. Grazie al grande concorso di colti cardinali e studiosi soprattutto di scienze, matematica e diritto, Viterbo divent\u00f2 un centro di diffusione del sapere; in particolare vi si svilupparono gli studi di ottica, che ebbero certamente influenza anche su Arnolfo di Cambio, come si pu\u00f2 cogliere anche nella tomba De Bray. Intorno al 1269 vi si era trasferito infatti lo scienziato Witelo, domenicano polacco, che tra il 1270 e il 1278 scrisse la\u00a0Perspectiva, in 10 libri, la pi\u00f9 importante opera medioevale sull\u2019ottica e sui fenomeni della visione, basata sui precedenti trattati arabi. Gi\u00e0 nel 1267 lo scienziato e filosofo Ruggero Bacone aveva fatto giungere a Viterbo al papa francese Clemente IV i suoi studi sulla \u201cprospettiva\u201d. Negli stessi anni a Viterbo insieme a Witelo \u00e8 presente anche John Peckam, che scrive a sua volta un compendio sulla scienza ottica. Persino un papa, Giovanni XXI (1276\u201377), non abbandon\u00f2 mai i suoi studi sull\u2019ottica e scrisse proprio a Viterbo il suo trattato\u00a0De Oculo. Con il trasferimento della corte papale ad Orvieto, \u00e8 quest\u2019ultima cittadina a diventare centro di diffusione del sapere scientifico e matematico. E certamente per Arnolfo, come si \u00e8 gi\u00e0 detto, era quindi facile essere al corrente degli importanti risultati raggiunti dalle scienze ottiche nell\u2019ambito della \u201cpercezione\u201d architettonico\u2013spaziale, vista la sua frequentazione in quel torno di tempo delle corti papale e angioina.<br \/>\nMa un altro elemento fa di Orvieto un luogo importante ai fini dell\u2019evoluzione stilistica di Arnolfo: nel 1281 oltre al papa, risiede ad Orvieto anche Carlo d\u2019Angi\u00f2 con tutta la sua corte, al cui servizio l\u2019artista era stato probabilmente gi\u00e0 dal 1277 a Roma, dove esegue la statua del re.<br \/>\n\u00c8 rilevante anche un altro dato a proposito della citt\u00e0 di Orvieto di quei tempi: la predominanza di personaggi provenienti dalla Francia quali prelati, studiosi, uomini di scienze e di lettere che facilitavano la ragguardevole diffusione del portato di quella cultura in tutti i campi; la presenza della corte angioina, con Carlo I d\u2019Angi\u00f2 prima di tutto; il papa francese Martino IV, fedelissimo di Carlo; e infine la presenza di alcuni predecessori di De Bray (francesi i cardinali di maggiore spicco), sepolti prima di lui proprio in San Domenico.<br \/>\nSi viene cos\u00ec a creare un diretto aggancio, anche artistico, con la cultura d\u2019oltralpe, poich\u00e9 Carlo d\u2019Angi\u00f2 aveva portato con s\u00e9 maestranze francesi ed era sempre aggiornato sulle novit\u00e0 artistiche prodotte alla corte di suo fratello Luigi IX, soprattutto nel campo dell\u2019architettura e della scultura, e che avevano avuto il loro apice con la Sainte\u2013Chapelle, intorno al 1248, opera che influenz\u00f2 con evidenza le realizzazioni di Arnolfo non solo nel modello \u201carchitettonico\u201d, ma soprattutto nel rapporto \u201cconcettuale\u201d, cio\u00e8 della stretta interdipendenza tra architettura e decorazione plastica.<br \/>\nLa tipologia del monumento sepolcrale De Bray trova, secondo la Romanini, le sue origini in Francia tra il XII e il XIII secolo; lo schema compositivo prevedeva il baldacchino, la statua del giacente, il sarcofago che funge da basamento, ricchi elementi architettonici; questo modello si diffonder\u00e0 presto anche in Italia. Lo si ritrova infatti in una serie di monumenti funebri, alcuni dei quali messi a confronto in questo volume con il monumento De Bray, come quelli a Roma del cardinale Consalvo Rodriguez (\u2020 1299) in Santa Maria Maggiore e del vescovo Guillaume Durand (\u2020 1296) in Santa Maria sopra Minerva e quello Annibaldi di Arnolfo di Cambio (1289 ca.) in San Giovanni in Laterano. Questo modello conobbe successivamente uguale diffusione nella Napoli angioina (dove forse Arnolfo era stato al seguito di Carlo) con Tino di Camaino e i suoi allievi, e, attraverso alcuni di loro, trov\u00f2 realizzazioni anche a Genova, come testimonia ad esempio la tomba del cardinale Luca Fieschi nel Duomo, iniziata forse a partire dal 1338 (cfr. il contributo di Clario di Fabio in questo volume).<br \/>\nProprio Arnolfo di Cambio fu infatti tra i primi artisti a diffondere in Italia questa nuova tipologia di monumento funerario.Per quanto riguarda la chiesa di San Domenico, le fonti pi\u00f9 antiche riportano la notizia che i Domenicani fondarono in Orvieto una chiesa e un convento tra il 1232 e il 1234, successivamente riedificati in forme pi\u00f9 grandi. Nel 1264 il francese papa Urbano IV consacr\u00f2 il nuovo edificio a tre navate e dalle forme per allora innovative, in quanto introducevano nuove soluzioni prospettiche e spaziali.<br \/>\nNella chiesa, prima di De Bray furono sepolti i cardinali Ugo di San Caro (\u2020 1263), Maestro Generale dell\u2019ordine domenicano, Annibaldo Annibaldi della Molara (\u2020 1272) e Odo di Ch\u00e2teauroux (\u2020 1273), teologo e filosofo domenicano, che aveva consacrato le reliquie nella Sainte\u2013Chapelle alla presenza di Luigi IX. Sfortunatamente nulla rimane di queste sepolture, in quanto la chiesa ha subito nel corso dei secoli molte trasformazioni, ma soprattutto drastiche demolizioni, tanto che oggi \u00e8 in realt\u00e0 ridotta al solo transetto e all\u2019abside. Tutte queste vicende, oltre ad aver fatto scomparire importanti opere d\u2019arte, hanno provocato, come vedremo, anche la parziale perdita e la totale alterazione della tomba De Bray.<br \/>\nNel 1680 vi fu una prima radicale trasformazione della chiesa di San Domenico, rifatta in forme barocche con la demolizione di buona parte delle navate anteriori. In questa veste arriva sostanzialmente agli anni trenta del Novecento, periodo in cui gli spazi del convento e della chiesa vennero utilizzati in parte per attivit\u00e0 concernenti il particolare periodo storico, ospitando la Casa del Balilla e l\u2019Accademia Femminile di Educazione fisica; fu proprio per dare maggiore spazio a quest\u2019ultimo ente che tra il gennaio e l\u2019ottobre 1934 si demol\u00ec totalmente quanto restava della navata e della facciata della chiesa nella sistemazione seicentesca, lasciando in piedi il solo transetto e la tribuna a pianta quadrata; questo moncone fu trasformato nell\u2019attuale chiesa. La nuova degradata situazione spaziale ha accentuato ancora di pi\u00f9 l\u2019alterata posizione della sepoltura De Bray.<br \/>\nLa perdita della\u00a0facies\u00a0originaria del monumento \u00e8 in qualche modo purtroppo irrimediabile, data la pressoch\u00e9 totale assenza di notizie storiche tali da poter supportare un\u2019ipotetica ricostruzione della tomba cos\u00ec come era in origine.<br \/>\nLa storia del monumento \u00e8 infatti pressoch\u00e9 sconosciuta, vista anche l\u2019assoluta mancanza di fonti o documenti che lo riguardino, sia per la committenza, che per le vicissitudini dei secoli poi trascorsi; bisogna arrivare infatti al secolo XVIII per avere qualche prima notizia indiretta sull\u2019opera.<br \/>\nLa menzione pi\u00f9 interessante ci viene da una\u00a0Relazione\u00a0su alcune vicende della chiesa, datata 1752 dove si afferma che la tomba si trovava allora \u00abnel transetto destro\u00bb. Sono poi particolarmente importanti alcuni poco conosciuti disegni della tomba di J. A. Ramboux (citati qui da A. M. D\u2019Achille), realizzati tra il 1820 e il 1840, che la mostrano nel suo aspetto ottocentesco; uno dei disegni illustra anche come, con parti frammentarie della tomba era stato ad esempio costruito in epoca imprecisata un \u201caltarolo\u201d collocato in una non definita parte della chiesa.<br \/>\nDurante la seconda guerra mondiale il monumento fu smontato e ricoverato nel museo diocesano. Il rimontaggio avvenne nel 1951 ad opera di Renato Bonelli (nella stessa posizione in cui \u00e8 descritto nella\u00a0Relazione\u00a0del 1752); fu preceduto da un cospicuo numero di \u201cstudi\u201d per la sua ricomposizione a partire da quelli del Paniconi nel 1906, che tra l\u2019altro gi\u00e0 prevedeva l\u2019introduzione di un ulteriore riquadro nel basamento (per l\u2019analisi dei dati storici e delle proposte di ricostruzione cfr. ancora D\u2019Achille). Allora come oggi per\u00f2 non tutti i pezzi erratici \u2014 tranne diciassette elementi \u2014 hanno potuto trovare un loro posto filologicamente accertabile e cos\u00ec anche in quest\u2019ultimo restauro sono rimaste fuori dalla ricostruzione le statue dei turibolanti, che continuano ad essere conservate, con altri frammenti, nel locale Museo dell\u2019Opera del Duomo.Come gi\u00e0 detto, il convegno del 2004 fu dedicato ad Angiola Maria Romanini. \u00c8 in omaggio alla sua figura di studiosa, in specie proprio di Arnolfo di Cambio, che pubblichiamo in apertura di questo volume l\u2019ultimo suo contributo sull\u2019artista.<br \/>\nIl volume \u00e8 accompagnato da una sequenza di tavole fuori testo della Tomba De Bray, che oltre a fornire un supporto al corredo illustrativo degli articoli, costituiscono una \u201clettura compiuta\u201d ai fini della comprensione del monumento dopo il restauro.<br \/>\nAnalogamente a quanto accade per gli interventi di restauro che comportano delicati e complessi problemi di riassemblaggio e rimontaggio, anche in questo caso non tutte le scelte adottate possono trovare d\u2019accordo gli studiosi (e anche questi Atti accolgono pareri non concordi). Quello che \u00e8 importante \u00e8 la quantit\u00e0 di dati che il restauro e le ricerche ad esso connesse hanno fornito: questi offono una imprescindibile base per gli studi futuri (si pensi ad esempio alla comprovata difformit\u00e0 dei paramenti musivi con gli stemmi angioini e a tutto quello che ci\u00f2 pu\u00f2 comportare in termini di interpretazione storica del monumento), di cui tutta la trattatistica sulla scultura funeraria del Due e del Trecento dovr\u00e0 tenere conto.<br \/>\nDa ci\u00f2 si deduce l\u2019importanza di rendere accessibili, attraverso la pubblicazione, questi Atti sul restauro del monumento De Bray, anche a diversi anni di distanza dalla conclusione dell\u2019intervento.<\/p>\n<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Estratto da volume Arnolfo Di Cambio. 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