{"id":3759,"date":"2023-04-26T11:31:22","date_gmt":"2023-04-26T09:31:22","guid":{"rendered":"http:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/?page_id=3759"},"modified":"2024-02-26T12:11:25","modified_gmt":"2024-02-26T11:11:25","slug":"introduzione","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/?page_id=3759","title":{"rendered":"Introduzione"},"content":{"rendered":"<div align=\"justify\">\n<h2><span style=\"font-size: 12pt;\">Estratto dal volume speciale <em>Ostia. Architettura e citt\u00e0 in cento anni di storia<\/em> (2020)<\/span><\/h2>\n<\/div>\n<div align=\"justify\">Marina di Roma, Ostia Nuova\u2013Nuova Ostia, Roma marittima, Lido di Roma, Ostia Lido: gi\u00e0 questi diversi nomi, coniati per indicare la moderna citt\u00e0 che si voleva fondare a seguito della bonifica dei terreni retrostanti, nella piana del Tevere, d\u00e0 l\u2019idea dei molti tentativi, alcuni riusciti, altri non andati a buon fine, di modificare e recuperare l\u2019area dell\u2019articolata foce del fiume e di restituire alla Capitale il suo affaccio sul Tirreno, come gi\u00e0 nel lontano passato. Tentativi che, almeno parzialmente, sono attestati gi\u00e0 dal Seicento, in termini di bonifica, ma che vedono nel primo Ottocento e poi nei decenni successivi, ancora sotto il Governo pontificio, specie durante il periodo di Pio IX, pi\u00f9 decisi sviluppi e nuovi progetti.<br \/>\nNon \u00e8 corretto, tuttavia, parlare di una nuova citt\u00e0, in qualche modo autonoma quale fu Ostia Antica, perch\u00e9, come il volume curato da Micaela Antonucci, Luca Creti e Fabrizio Di Marco chiaramente spiega gi\u00e0 a partire dalla Premessa e dai due saggi introduttivi, l\u2019intento era quello di creare una \u201ccitt\u00e0 nella citt\u00e0\u201d, in altre parole, di sviluppare e prolungare organicamente Roma fino al mare, in una sorta di conurbazione, magari nei termini di quella \u201ccoda di cometa\u201d di cui parl\u00f2, con innegabile e fortunato accento poetico, Gustavo Giovannoni in un suo memorabile discorso alla fine degli anni Trenta. Questa \u201ccoda\u201d si sarebbe estesa fino al litorale, a partire dal corpo della citt\u00e0 storica, nei suoi margini allora costituiti dalla zona della Basilica di San Paolo e poi dalla progettata espansione costituita dall\u2019E42, il moderno quartiere EUR, con un\u2019architettura piuttosto rada e leggera, inframezzata a consistenti presenze agricole, forestali e archeologiche. Va ricordato che, lungo la linea dell\u2019antica costa in Et\u00e0 imperiale, la presenza di vestigia antiche \u00e8 molto consistente e non contempla certo la sola area di scavo di Ostia Antica, tanto da costituire il secondo complesso archeologico, dopo quello centrale dei Fori\u2013Colosseo\u2013Palatino, di Roma.<br \/>\nUn tema, dunque, quanto mai ricco d\u2019implicazioni, che \u00e8 stato affrontato in occasione del convegno, i cui atti sono qui raccolti e arricchiti da ulteriori contributi, tenutosi nel 2016, esattamente nel centenario del primo Piano Regolatore di Ostia (1916), redatto proprio da Gustavo Giovannoni con Vincenzo Fasolo, Tullio Passarelli e Marcello Piacentini. La ricerca compiuta si \u00e8 volutamente estesa oltre il periodo delle origini e quello d\u2019oro, fra 1920 e 1940, scavalcando gli anni della Seconda Guerra Mondiale, che tanti danni arrec\u00f2 alle architetture, molte delle quali affascinanti e di alto valore, di questo singolare \u201cquartiere marino dell\u2019Urbe\u201d, per arrivare alla contemporaneit\u00e0, con le valide iniziative dei sindaci Francesco Rutelli, soprattutto, ma anche Walter Veltroni e, diversamente, Gianni Alemanno e Ignazio Marino.<br \/>\nProprio il Piano del 1916 mostra un approccio architettonico e urbanistico di tipo \u201cambientalista\u201d, ispirato ai canoni delle pi\u00f9 o meno contemporanee citt\u00e0\u2013giardino, come quella denominata \u201cAniene\u201d a Montesacro (Roma, 1920\u20131924), dove si riscontra l\u2019apporto di professionisti operanti anche a Ostia, fra cui lo stesso Gustavo Giovannoni e Vincenzo Fasolo, fondato sul prevalente tipo edilizio del villino uni\u2013 e pluri\u2013familiare, che prevedeva una consistente presenza di verde pubblico e privato e si traduceva in architetture improntate al \u201cbarocchetto romano\u201d e a molteplici altre suggestioni (come quelle, per esempio, moresche, neomedievali). L\u2019insieme era disciplinato da un rigoroso Regolamento Edilizio e da una Commissione di controllo che, diversamente da quanto accade oggi, in regime di esasperate quanto spesso inutili verifiche burocratico\u2013formali, curava con attenzione anche la valenza artistica dei progetti, secondo una concezione, tutta da rimpiangere, di serio \u201cdecoro urbano\u201d e, pi\u00f9 tardi, per usare un termine caro a Marcello Piacentini, di \u201curbanit\u00e0\u201d, vale a dire di comprensione del valore del singolo edificio in relazione alla citt\u00e0. Anche gli aspetti botanici erano oggetto di studio e progettazione; per essi e per quelli architettonici si richiedevano viste prospettiche a colori ed elaborati utili a verificare l\u2019effettiva armonizzazione con l\u2019ambiente e tra i singoli edifici.<br \/>\nTale vocazione residenziale e di loisir della nuova Ostia non era scollegata da altre due istanze, una industriale e una legata all\u2019idea, a lungo perseguita, di costruire un grande porto per creare lo sbocco sul Mediterraneo della Capitale, come nell\u2019antichit\u00e0. Successivamente, nel periodo fascista, prevalse, lo si \u00e8 precisato nel volume, la vocazione \u201cvacanziera\u201d del nuovo centro, sottolineata anche dalla costruzione negli anni 1927\u20131928 della via del Mare. La nuova arteria automobilistica fu subito intesa come un invito alle classi pi\u00f9 abbienti, in grado di permettersi l\u2019uso del veicolo privato, in alternativa alla preesistente ferrovia, destinata alle classi pi\u00f9 popolari, che tuttavia fu rafforzata.<br \/>\nComunque nel nuovo Piano Regolatore, adottato nel 1929, si abbandonano l\u2019idea e l\u2019effetto \u201cborgata\u201d e si progetta un vero e proprio brano di citt\u00e0, a scacchiera, mentre al \u201cvillino\u201d subentrano la \u201cpalazzina\u201d, come a Roma e, nelle zone pi\u00f9 interne, gli edifici \u201cintensivi\u201d. D\u2019altra parte tale dura distinzione di censo \u00e8 riscontrabile in tutta la serie di elaborazioni urbanistiche (1926, 1929, 1933, 1936) che lavoravano per tipi edilizi differenziati, da quelli pi\u00f9 economici a quelli pi\u00f9 di lusso, sostanzialmente separati e dislocati sul territorio in base al suo pregio. Non a caso, nei progetti piacentiniani per Castelfusano (1932\u20131933) si riconosce il carattere signorile da riservare a quell\u2019area, il carattere popolare di Ostia e quello popolarissimo di Fiumicino. La prima, raggiungibile solo per automobile e volutamente non servita dalla ferrovia. Atteggiamento in qualche modo proseguito nel dopoguerra con l\u2019urbanizzazione \u201cesclusiva\u201d di Casalpalocco.<br \/>\nUn approccio ideologicamente diverso si nota nelle realizzazioni degli ultimi decenni, dagli anni Settanta in poi, attraverso cui si cerca di mettere ordine allo sprawl diffuso che, complice la speculazione edilizia, incominciava a occupare disordinatamente ogni spazio libero fra Roma e il mare, soprattutto in prossimit\u00e0 dei tracciati stradali e delle fermate della ferrovia (che oggi si intende giustamente trasformare in linea metropolitana); ci\u00f2 attraverso edificazioni intensive, anche di buon disegno, non prive per\u00f2 di un certo utopismo, le quali non hanno risolto il problema per una loro forte componente di astrazione, incapace di cogliere le esigenze, pratiche, psicologiche e anche, in certo senso, \u201cculturali\u201d, delle persone che avrebbero abitato i nuovi complessi. La monofunzionalit\u00e0 abitativa, lo sperimentalismo \u201cteorico\u201d, l\u2019attenzione alla quantit\u00e0 pi\u00f9 che, come in passato, alla qualit\u00e0 del costruito, portarono, contro le migliori intenzioni, a risultati, oggi ben evidenti, di crescente marginalizzazione sociale.<br \/>\nIn questo senso il contributo sulle residenze per l\u2019Alitalia (1965\u20131970), progettate dallo Studio Valle di Roma, illustra un approccio diverso e positivo, fondato su un\u2019attenzione sociologica prima ancora che architettonica, rivolta, appunto, alla \u201cpersona\u201d, nella ricerca di una \u201cfamiliarit\u00e0\u201d percettiva e abitativa delle nuove edificazioni. Ci\u00f2 tramite la costruzione di un contesto non alienante e tenendo ben presente la necessit\u00e0 di un corretto rapporto fra individuo e collettivit\u00e0. Sul piano architettonico la progettazione e la stessa esecuzione, attenta a finiture, colori e materiali, pur nella sua piena modernit\u00e0, risente delle suggestioni proprie delle dimensioni abitative \u201cstoriche\u201d, quindi di memorie del passato. Cos\u00ec che il complesso si presenta come \u201cun frammento urbano minore\u201d, con tutti i pregi che gli possono essere riconosciuti, realizzato tramite una sapiente articolazione delle piante e dei volumi, dei rapporti fra pieni e vuoti, in un gioco plastico che dinamizza i fronti non solo per ragioni estetiche, ma per assicurare intimit\u00e0 alle abitazioni, soleggiamento invernale e ombreggiamento estivo, facile mobilit\u00e0 pedonale e, si ripete, un rassicurante carattere di \u201ctradizionalit\u00e0\u201d nella ricerca di un autentico \u201cbenessere\u201d abitativo. Il successo dell\u2019intervento \u00e8 sottolineato anche dal suo stato di conservazione attuale, nell\u2019insieme buono, a fronte di molti altri casi di assoluto abbandono e conseguente degrado. Questo \u00e8 un caso, piuttosto raro negli anni del secondo Novecento, di ottima qualit\u00e0 architettonica e di sensibilit\u00e0 urbana, ma si pensi anche alla chiesa di Nostra Signora di Bonaria, progettata da Francesco Berarducci, Giorgio Monaco e Giuseppe Rinaldi, a seguito del concorso bandito nel 1969, e anche ai due interessantissimi e piuttosto recenti casi di restauro di stabilimenti balneari, La Vecchia Pineta (del 1933) e il Kursaal (inaugurato nel 1950, opera di Attilio Lapadula e Pier Luigi Nervi), ampiamente trattati nel volume.<br \/>\nSe si va indietro nel tempo, agli anni fra le due Guerre, prima in Et\u00e0 liberale e poi fascista, si pu\u00f2 vedere come la costruzione di Ostia consenta di ripercorrere lo sviluppo della moderna architettura italiana, nelle sue varie declinazioni pi\u00f9 o meno storicistiche e moderniste, di marca anche nord\u2013europea, grazie a una sequenza di opere mediamente d\u2019alta qualit\u00e0 e, in certi casi, di eccezionale interesse, criticamente vagliate dai diversi autori \u2014 troppo numerosi per essere qui ricordati individualmente \u2014 tramite un apposito lavoro di ricerca archivistica associata alla lettura diretta delle architetture e a un sempre stimolante inquadramento nel milieu culturale del tempo. Fra queste realizzazioni: il monumentale Stabilimento balneare Roma, aperto nel 1924 e distrutto dalla guerra, opera di Giovanni Battista Milani, che mescolava caratteri di modernit\u00e0, per l\u2019ardito uso in ambiente marino del calcestruzzo armato, e, nello spettacolare locale della rotonda, di citazioni dalle terme imperiali romane; il modernismo futuristico, per la sua geometria, il carattere polimaterico e policromatico, dell\u2019Ufficio Postale di Angiolo Mazzoni, a met\u00e0 degli anni Trenta, e altri lavori di Luigi Moretti, Adalberto Libera \u2014 i famosi villini \u2014 e Giuseppe Vaccaro; la chiesa Regina Pacis di Giulio Magni (1919\u20131930), acutamente indagata sotto il profilo critico fino a rilevarne, con originalit\u00e0, il carattere di fondo pi\u00f9 \u201cschiettamente novecentesco\u201d, legato a un residuo accademismo, pur senza che venga mai attuata una rottura col passato; le moderniste, razionali e quasi \u201cteutoniche\u201d, come sono indicate nel volume, opere di Ignazio Guidi, fra cui la Scuola Fratelli Garrone del 1933; la Casa del Balilla di Paolo Benadusi, impostata su principi sia autarchici e di \u201cmoderata monumentalit\u00e0\u201d, secondo la lezione di Enrico Del Debbio, che di piena funzionalit\u00e0; per converso, l\u2019opera per l\u2019Istituto Case Popolari di Camillo Palmerini, solo superficialmente giudicabile come ottusa e nostalgica, ma tranquillamente visionaria e di schietta tradizione romana, sulla base di quanto indicava Vincenzo Fasolo, il quale a Ostia aveva progettato la Colonia Marina Vittorio Emanuele III, del 1926; ma anche le stazioni della Ferrovia Roma\u2013Lido di Marcello Piacentini, il protagonista del rinnovamento del linguaggio edilizio romano, concepite nel 1919.<br \/>\nRitorna spesso il richiamo al cruciale passaggio \u201cmodernizzatore\u201d tra fine anni Venti e inizi anni Trenta, che vede nel 1931, com\u2019\u00e8 scritto nel volume, il perfetto baricentro cronologico fra le due concezioni, \u201cstoricistiche\u201d e \u201cambientiste\u201d, ancora sensibili alla linea professata dall\u2019Associazione Artistica fra i Cultori di Architettura a Roma, da una parte, moderniste e razionaliste, dall\u2019altra. Non a caso \u00e8 l\u2019anno in cui Marcello Piacentini ripensa radicalmente il suo progetto per la chiesa di Cristo Re in Roma. A Ostia ben si riconosce l\u2019attivit\u00e0 di questo \u201claboratorio del moderno\u201d nel quale si esprime in prevalenza la Scuola romana, ricca di giovani talenti laureatisi nella Scuola, poi Facolt\u00e0 di Architettura di Roma, controllata sempre pi\u00f9 da Marcello Piacentini e sempre meno da Gustavo Giovannoni.<br \/>\nUn amaro contributo introduttivo ricorda l\u2019oscillante situazione di Ostia, fra cadute e riprese, la disordinata crescita urbana, il suo carattere di strana periferia senza qualit\u00e0 pur con la grande risorsa del mare, le speranze di rinascita suscitate soprattutto dalle iniziative e realizzazioni del sindaco Rutelli; ma una nota positiva e propositiva si pu\u00f2 rintracciare in uno degli ultimi contributi, Densificare Demolire Riconfigurare, che illustra le idee sviluppate nel 2015 dal DIAP (il Dipartimento di Architettura e Progetto della \u201cSapienza\u201d), in occasione di una iniziativa, che ha visto coinvolte 25 Universit\u00e0 di tutto il mondo, intesa, per l\u2019area romana, a mettere in discussione il concetto stesso di periferia, a proporre una lettura \u201ccontinua\u201d e non \u201cdiscreta\u201d della citt\u00e0, una Roma policentrica e \u201cporosa\u201d, diversa da quella tradizionalmente caratterizzata da un forte centro attrattore e tutto intorno da parti labili. In questo confronto, un importante settore di Ostia \u00e8 stato studiato dal DIAP con idee innovative che, muovendo dalla menzionata ricomposizione dell\u2019ambito archeologico dell\u2019antica linea di costa entro un sistema attestato sulla via Severiana, da Portus a Castelfusano, mettono in gioco organicamente, secondo una strategia complessiva, acque, patrimonio boschivo e ambientale, preesistenze archeologiche appunto, agricoltura urbana, attivit\u00e0 puntuali e, in certi casi, temporanee di riciclo dei rifiuti da demolizioni edilizie e non solo, rinaturalizzazione delle dune, mobilit\u00e0 su ferro e mobilit\u00e0 \u201cdolce\u201d, specie in bicicletta, favorita dalla natura pianeggiante del terreno, infine la creazione del Parco urbano delle Saline. Ci\u00f2 per ripensare la parte pi\u00f9 squalificata del patrimonio edilizio, demolire quando necessario e riconfigurare secondo un disegno ragionato e sensibile il territorio, garantendo anche quel passaggio \u201cosmotico\u201d fra citt\u00e0 e mare che ha costituito, fin dall\u2019origine, uno dei punti critici della citt\u00e0.<br \/>\nUna trattazione a parte, ma tutt\u2019altro che scollegata, \u00e8 rappresentata dall\u2019ultima sezione del volume, dedicata al tema delle sistemazioni arboree di Ostia Antica, modificatesi nel corso di vari decenni per i cambiamenti di gusto intervenuti nel campo delle discipline giardinistiche, ma anche in ragione dei continui ampliamenti degli scavi e dei restauri che si susseguirono, con maggiore consistenza nel ventennio precedente la Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto sul finire degli anni Trenta si sviluppa l\u2019ipotesi, sostenuta dal Governo fascista per ragioni di propaganda, di uno stretto legame degli scavi, e quindi della citt\u00e0 antica,<br \/>\ncon l\u2019iniziativa dell\u2019E42. Citt\u00e0 da mostrare, come attestazione di nobile antichit\u00e0. Fra il 1938 e il 1942 gli scavi, o meglio \u201csterri\u201d, sono spinti con grande celerit\u00e0, mentre a Michele Busiri Vici l\u2019Ente EUR conferisce l\u2019incarico di studiare le sistemazioni a verde dell\u2019area, sotto il coordinamento del soprintendente Guido Calza (1924\u20131946). Nello stesso tempo quest\u2019ultimo conduce alcuni interventi ricostruttivi, come quello del Teatro (dal 1926 al 1939, su progetto di Raffaele de Vico), considerati eccessivi ma fortemente apprezzati, per le medesime ragioni propagandistiche, dal Regime, che favor\u00ec l\u2019organizzazione di spettacoli prestigiosi, arricchiti da scenografie affidate ad artisti quali Duilio Cambellotti, e l\u2019attivit\u00e0 dell\u2019Istituto del Dramma Antico. A tali restauri, considerati scientificamente infondati, si oppongono autorevoli studiosi stranieri come Armin von Gerkan, ma anche, coraggiosamente, lo stesso Gustavo Giovannoni (che, in precedenza, coerentemente con la sua visione \u201cambientista\u201d si era opposto, con valide ragioni, al progetto, poi realizzato, della Passeggiata Archeologica a Roma). Inoltre la stessa scelta delle essenze arboree subisce una sorta di filtro ideologico, una selezione di specie \u201cautoctone\u201d e tradizionali, come il pino a ombrello, il cipresso, l\u2019alloro, gi\u00e0 apprezzati da Giosu\u00e8 Carducci, Gabriele D\u2019Annunzio e soprattutto da Giacomo Boni; ma, in questa lettura romanizzante, il Pinus Pinea, il comune pino da pinoli, diventa prima Pino Italico e poi Pino Romano, celebrato altres\u00ec in musica e simbolo anch\u2019esso della politica neo\u2013imperiale del Regime fascista. La Mostra del Giardino Italiano a Firenze, del 1931, celebra il glorioso ritorno, anche nell\u2019arte giardinistica, allo \u201cstile nazionale\u201d.<br \/>\nA parte queste considerazioni d\u2019ordine politico\u2013ideologico, si nota la fioritura di un intenso rapporto fra archeologia e giardini, non solo a Ostia o a Roma ma osservabile, per esempio, nella suggestiva sistemazione arborea di Aquileia. L\u2019azione di Busiri Vici \u00e8 caratterizzata da un approccio fortemente poetico che, come si pu\u00f2 leggere, non cede mai alla replica filologica dei giardini antichi (allora meglio compresi grazie ai moderni esiti di scavo delle domus pompeiane), poich\u00e9 egli considera sconveniente l\u2019accostamento della loro ricostituita perfezione allo stato di rovina della citt\u00e0 antica, preferendo quindi reinterpretarli poeticamente. Segue una sua personale posizione, fuori dagli schemi ma aggiornata, attenta anche al filone \u201crurale\u201d della Campagna romana. Con questo atteggiamento, nei disegni di progetto che sono ampiamente illustrati nel volume, essenzialmente prospettive a colori, oltre ai consueti elaborati in pianta che specificano una per una le essenze, accompagna l\u2019opera di Guido Calza di \u201creintegrazione\u201d e \u201csistemazione\u201d delle rovine, anticipando gi\u00e0 l\u2019idea di \u201cparco archeologico\u201d frutto di una progettazione coordinata e unitaria. Per esso prevede tre fasce concentriche di vegetazione: fuori dalle antiche mura, con piante di alto fusto, prevalentemente pini; entro le mura ma non nelle aree di scavo, con piante da frutto (come olivi, agrumi, peri, meli); nelle aree scavate con giardini di rose, viole e piante simili. Vede appunto il giardino, come egli stesso scrive, rivelando accenti crociani, quale \u201copera lirica\u201d, ispirata al \u201ctipo mediterraneo\u201d.<br \/>\nL\u2019esperienza di Ostia Antica, nelle sue mutevoli modalit\u00e0 di progettazione, dal tempo del soprintendente Dante Vaglieri, a inizio secolo, passando per la proposta, non realizzata, dell\u2019onorevole Dario Lupi (1923) di un Parco della Rimembranza che prevedeva la messa a dimora di 7000 pini, a ricordo degli altrettanti romani morti nel corso delle Prima Guerra Mondiale, fino a Guido Calza, si sviluppa parallelamente a quella architettonica e urbana di Ostia; si pensi al modo scalato di disporre villini, palazzine e costruzioni intensive, per garantire la massima visibilit\u00e0 del mare, da una parte, e a quella, assolutamente analoga, di piante d\u2019alto fusto, poi di media altezza e infine di piante basse e arbusti, per schermare da un lato e per aprire la vista sugli scavi dall\u2019altro. \u00c8 interessante poi notare come lo stesso tipo edilizio intensivo sia oggetto di una lettura politica e nazionalistica, per la quale si sostiene l\u2019ipotesi di Guido Calza circa l\u2019esistenza di un\u2019edilizia abitativa intensiva di et\u00e0 romana, antica intuizione di matrice italiana, quindi, e non moderna acquisizione di marca nord\u2013europea. Fra Ostia Antica e la nuova Ostia l\u2019intenso scambio avviene anche sul piano pi\u00f9 pratico e materiale di una utilizzazione delle terre di scavo per le bonifiche e i livellamenti necessari alla nuova citt\u00e0.<br \/>\nPer quanto concerne la progettazione, un elemento comune alle esperienze di moderna architettura a Ostia Nuova, e di sistemazione botanica degli scavi di Ostia Antica, da Vincenzo Fasolo a Ignazio Guidi, da Giovanni Battista Milani e Camillo Palmerini ad Angiolo Mazzoni e Adalberto Libera, come pure a Michele Busiri Vici, \u00e8 un modo di progettare fortemente \u201cqualitativo\u201d, attento ai dettagli, sempre definiti<br \/>\nminutamente, ricco d\u2019intelligenza intuitiva e riflessiva, di meditate valutazioni, sostanzialmente ancora \u201cartigianale\u201d e \u201cpersonale\u201d, adattabile e flessibile, rispettoso delle poche ed essenziali norme urbanistiche e igieniche che regolavano allora il campo dell\u2019edilizia. Una condizione che si riconosce, per esempio, anche nella coeva progettazione degli edifici della Citt\u00e0 Universitaria di Roma, quando solo si pensi all\u2019impegno di Gio Ponti per l\u2019Istituto di Matematica, definito fin nei suoi arredi fissi e mobili.<br \/>\nDavvero il volume affronta, da punti di vista diversi ma tutti convergenti in un comune intento di comprensione, da tradursi auspicabilmente in una sana e consapevole operativit\u00e0, la realt\u00e0 di Ostia, dai primi concreti progetti di bonifica (1857) all\u2019avvio effettivo del recupero del litorale (1884), alla prosecuzione della via Ostiense fino al mare (1907), agli iniziali lavori per il lungomare (1915), ai primi stabilimenti balneari (1916), alla posa della prima pietra del porto marittimo, mai realizzato (1920), all\u2019apertura della ferrovia (1924) e dell\u2019autostrada (1928), ricordando giustamente il grande impegno profuso, per decenni, dall\u2019ingegnere e senatore Paolo Orlando. Tutto questo parallelamente ai tentativi, di fine Ottocento, di portare, per cos\u00ec dire, il mare e il porto nella stessa Roma, raddrizzando e correggendo il corso del Tevere e la sua stessa profondit\u00e0, al fine di creare un duplice scalo, marittimo e fluviale, presso la Basilica di San Paolo fuori le mura, a servizio della zona industriale in corso di realizzazione proprio lungo l\u2019asse della via Ostiense, comprendente anche il quartiere residenziale di Testaccio e, successivamente, la borgata denominata \u201cLa Garbatella\u201d.<br \/>\nCome si \u00e8 visto, sono poi affrontati gli sviluppi degli anni successivi, i diversi ripensamenti sul ruolo stesso di Ostia, i momenti di splendore e di crisi, purtroppo anche odierna, alcune interessanti proposte di riscatto. In tutto ci\u00f2 costante \u00e8 la presenza silenziosa degli scavi che, con la recente istituzione del Parco Archeologico di Ostia Antica, si propongono ora come una risorsa e un motore culturale potente, in relazione anche alle altre presenze antiche, come la Villa di Plinio o la necropoli di Porto. Insomma, ne emerge un quadro denso e vissuto, ricco di opere, idee e persone, in una parola di storia e di prospettive future, per questo capace di coinvolgere anche il lettore non specialista.<\/div>\n<div align=\"right\">Giovanni Carbonara<\/div>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Estratto dal volume speciale Ostia. Architettura e citt\u00e0 in cento anni di storia (2020) Marina di Roma, Ostia Nuova\u2013Nuova Ostia, Roma marittima, Lido di Roma, Ostia Lido: gi\u00e0 questi diversi nomi, coniati per indicare la moderna citt\u00e0 che si voleva fondare a seguito della bonifica dei terreni retrostanti, nella piana del Tevere, d\u00e0 l\u2019idea dei molti tentativi, alcuni riusciti, altri non andati a buon fine, di modificare e recuperare l\u2019area dell\u2019articolata foce del fiume e di restituire alla Capitale il suo affaccio sul Tirreno, come gi\u00e0 nel lontano passato.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"parent":0,"menu_order":0,"comment_status":"closed","ping_status":"closed","template":"","meta":{"footnotes":""},"categories":[],"tags":[],"class_list":["post-3759","page","type-page","status-publish","hentry"],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3759","targetHints":{"allow":["GET"]}}],"collection":[{"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages"}],"about":[{"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/page"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=3759"}],"version-history":[{"count":4,"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3759\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":12951,"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/pages\/3759\/revisions\/12951"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=3759"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=3759"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/bollettinodarte.cultura.gov.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=3759"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}